Press review: Interviews released

  • European Cultural Fundation, Build the city Magazine, June 2016 “LabGov-Laboratory for the Governance of the Commons. A discussion between Michel Bauwens and Christian Iaione” and “Bologna celebrates one year of a bold experiment in urban commoning, by Neal Gorenflo” http://www.culturalfoundation.eu/library/build-the-city-magazine

Intervista: Non sarà il referendum a cambiare l’Italia, ma le città e il protagonismo delle piccole comunità

Questa intervista a Christian Iaione, co-fondatore di LabGov, è originariamente apparsa su Linkiesta il 26 Novembre 2016.  

 

«Non sarà il referendum a cambiare l’Italia, ma le città e il protagonismo delle piccole comunità»

Parla Christian Iaione, esperto e studioso di beni comuni e rigenerazione istituzionale di levatura mondiale: «Il perno delle nuove politiche pubbliche sono i cittadini che si fanno parte attiva. La strada da seguire? Prima si sperimenta, poi si fanno leggi e regolamenti»

 

«Oggi torno a casa a parlare di beni comuni e rivoluzioni della governance ad Avellino, casa mia. È la prima volta che accade. Nessuno è profeta in patria». Sorride, Christian Iaione. Professore associato di diritto pubblico nell’Università Marconi di Roma, fellow dell’Urban Law Center della Fordham University di New York e docente di governance dei beni comuni, sharing economy, diritto e politiche urbane presso la LUISS Guido Carli nell’ambito del progetto LabGov, membro dell’Advisory Group sulla sharing economy del Sindaco di Seoul, Iaione gira il mondo per raccontare le sue idee su come dovremmo cambiare il rapporto tra istituzioni e comunità puntando su concetti come condivisione e collaborazione. Sono le otto e mezza del mattino del 24 novembre. Il giorno prima, il 23, era l’anniversario di quel giorno del 1980 in cui un terremoto ha distrutto l’Irpinia: «Me lo ricordo, quel giorno è come se fosse ieri. Quando tenevo un corso di comunicazione istituzionale alla LUISS, proiettavo sempre il discorso che l’allora presidente Sandro Pertini dopo il terremoto. Lui va lì, vede quello che è successo e fa un j’accuse allo Stato, denunciando con forza il ritardo e le inadempienze dei soccorsi. Quel discorso per me è stato uno spartiacque.

È lì che ti sei convinto che lo Stato sia un monolite da abbattere?

Attenzione: per me lo Stato non è un monolite da abbattere, ma da rigenerare. Pertini si chiedeva perché le leggi sulla protezione civile non fossero state applicate. Di fatto, quel discorso sveglia lo Stato e gli da la forza di rigenerarsi, perlomeno nella gestione delle emergenze. E lo fa puntando sulla collaborazione civica tra cittadini e istituzioni.

In che senso?

Oggi, ogni volta che c’è un terremoto, l’offerta di partecipazione ai soccorsi soverchia la domanda. Nei due terremoti del centro Italia di quest’anno, la Protezione Civile ha chiesto ai soccorritori volontari di non precipitarsi, per non intasare le strade e l’organizzazione, se non attraverso i canali istituzionalizzati. È pazzesco, ma questo vuol dire che c’è una norma sociale che incentiva la collaborazione, in caso di calamità naturale. Non fu così nell’80. Pertini si appellò al dovere costituzionale di “solidarietà umana”. È la prova che bisogna pluralizzare lo Stato, per rigenerarlo.

Cosa vuol dire pluralizzare lo Stato?

Vuol dire uscire dall’idea che i problemi si possano risolvere solo in un alveo istituzionale. Libera, ad esempio, è una storia esemplificativa, in questo senso: sconfiggere la mafia non raccogliendo voti, ma aprendo codici Ateco alla camera di commercio. Partecipando a un’economia legale che controbilanci l’illegalità con una forza uguale e contraria. Coi soldi che piovono dal centro apparentemente a caso sulle amministrazioni del Sud il Mezzogiorno non ripartirà mai. Se investiti sui giacimenti di ricchezza civica e sociale, forse la musica cambia.

C’è chi pensa che quei giacimenti al sud non esistano…

Sbaglia. Il Mezzogiorno ha un capitale sociale sottostimato. Manca l’infrastruttura semmai. Libera è stata brava a creare un prototipo che può funzionare anche oltre i beni confiscati.

Tu sei uno che crea infrastrutture?

No, io sono un apriscatole (e per questo a volte un rompiscatole). Dovunque vado cerco di aprire i processi e di costruire delle piattaforme di collaborazione civica tra i diversi attori: per lo sviluppo economico locale e per la rigenerazione istituzionale. Il mio scopo è aprire le grandi scatole dello Stato, dei sistemi economici locali, delle grandi organizzazioni della società civile, realtà che tendono a ossificare e a chiudersi in se stesse.

Quand’è che hai cominciato a fare l’apriscatole?

A Bologna, nel 2011. Anzi, qualche anno prima, quando grazie alla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, contribuisco a disegnare e partecipo attivamente a una sperimentazione amministrativa sui beni comuni urbani, nella quale riesco a trasferire e verificare i risultati degli studi teorici che avevo sviluppato negli Stati Uniti tra il 2006 e il 2008 sulle strade e le infrastrutture urbane da trasformare in commons e sul ruolo catalitico dei soggetti pubblici locali.

È da lì che sei partito, a Bologna?

No, all’inizio della storia di Bologna ci sono un parco di quartiere, delle panchine, i graffiti sui muri nel centro storico, uno spazio abbandonato in periferia. Sono luoghi e risorse materiali rispetto alle quali c’era un bisogno insoddisfatto, per quanto potesse essere efficiente e brava l’amministrazione. Da soli non potevano farcela. Ma invece di ritrarsi o limitarsi ad esternalizzare ha cercato nuove forme di collaborazione coi cittadini.

Ad esempio?

Per la ripulitura dei muri dalle tag sui palazzi storici, ad esempio. O per mettere un nuovo arredo urbano nei parchi come le panchine, che hanno riportato lì bambini e famiglie. Erano parchi perfetti, a rigore di capitolato, non era una storia di mala amministrazione. Ma senza la collaborazione dei cittadini erano luoghi pubblici, non necessariamente civici. Il perno delle nuove politiche pubbliche sono i cittadini che si fanno parte attiva, col supporto tecnico, organizzativo, materiale dell’amministrazione. È questo che rende una città post-moderna, la sua usabilità civica.

È lì che nasce il famoso regolamento sui beni comuni urbani di Bologna?

Da questa esperienza nasce un regolamento, è vero, ma non è quella la cosa rivoluzionaria. Con un gruppo di ricerca composto da studenti LUISS abbiamo semplicemente raccolto tutti i regolamenti innovativi sull’uso di quelli che secondo gli studi allora pubblicati erano da considerare beni comuni urbani. Alla fine il regolamento non è altro che un testo unico sulla collaborazione civica a livello urbano su spazi pubblici, spazi verdi e spazi abbandonati, in particolare. L’idea rivoluzionaria, semmai, è stata quella di produrre diritto e innovazione nel diritto a livello urbano. Partire dal basso è un hackeraggio del sistema e il bello è che è perfettamente legale, perché è la Costituzione che ci fa scudo (gli articoli 2, 3.2 e 118 della Costituzione tra gli altri). La seconda rivoluzione, è consistita nel farlo con la comunità locale, fuori dalle istituzioni. La terza rivoluzione sta nel metodo: prima abbiamo sperimentato, poi abbiamo scritto le regole.

Stai dicendo che bisogna infrangere le leggi, per farne di nuove?

Sto dicendo che il passo dell’innovazione sociale è tale per cui i modi antichi di produrre armonia sociale non passeranno più sempre e soltanto da assemblee legislative. Bisognerà produrre diritto partendo dai processi e da nuove realtà comunitarie che si auto-legittimano. Bisogna aggiornare il software delle istituzioni, altrimenti rimarranno sempre indietro. Stiamo leggendo con occhiali ottocenteschi il nuovo millennio. Anzi, ancora di più: stiamo leggendo l’antropocene (l’era geologica in cui all’uomo e alla sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche, ndr) con le lenti dell’olocene.

E cosa distingue l’antropocene dall’olocene?

Che siamo entrati in un’epoca in cui nessuna istituzione o assemblea è disegnata per intercettare i cambiamenti in atto prodotti da fattori di crisi da un lato e dall’accresciuta capacità dei cittadini grazie a diffusione della conoscenza e alle tecnologie. Non è colpa delle assemblee e di chi ne fa parte, intendiamoci, ma dell’architettura istituzionale complessiva. Ci sono assemblee come il consiglio comunale di New York che hanno messo occhi su quel che sta succedendo in Italia in tema di innovazione sociale.

New York più indietro dell’Italia?

L’Italia è uno dei luoghi più avanti nell’innovazione sociale. Abbiamo un approccio che genera innovazione, e che può tranquillamente ambire ad avere una proiezione internazionale. Noi siamo dentro il paradigma dell’open government, ma mentre altrove si parla di piattaforme tecnologiche, noi parliamo di rigenerazione delle piattaforme istituzionali. Noi diciamo che non basta il sito internet. La nostra idea di futuro nel governo ruota intorno al ruolo chiave della comunità.

Fa sorridere pensare che l’epicentro del cambiamento sia un Paese iperburocratico come l’Italia…

Mi chiedono sempre come tutto questo sia potuto succede in Italia, in effetti. Forse è anche per i nostri limiti e per la nostra burocrazia. Che spinge funzionari coraggiosi, talentuosi e innovativi a far entrare la scienza civica nelle “zone morte dell’immaginazione” che la burocrazia tende a creare. Sono loro che rigenerano le istituzioni: penso a Bologna, a Reggio Emilia, alla Regione Toscana. O ancora, a realtà come Milano, Napoli, Torino, Messina. Casi tutti egualmente innovativi, con traiettorie molto diverse tra loro. Nessuno è uguale a se stesso, ma i principi sono i medesimi. Forse andrebbero costruiti dei ponti, tra queste torri.

Possono diventare dei modelli, queste esperienze

No, assolutamente. Ogni comunità deve produrre il suo diritto, altrimenti rimane lettera morta.

Come mai?

Perché la società e l’amministrazione non lo sentono proprio o non sono in grado di maneggiarlo se non lo hanno prodotto. Io applico in ogni contesto un protocollo metodologico, ma è iterativo, in costante aggiornamento. Come se fosse un software, per l’appunto. Tutto deve essere adattivo e iterativo, perché è adattandosi che si imparano le lezioni. Chi fa copiare regolamenti affermando che può salvare la comunità si comporta da sciamano che vende pozioni magiche. Non esistono ricette taumaturgiche purtroppo, bisogna sperimentare. E nel frattempo, anche grazie al regolamento di Bologna, sono intervenute modifiche al quadro legislativo nazionale che rendono più urgente creare centri di competenza amministrativa condivisa per applicare queste innovazioni come il Collaboratorio di Reggio Emilia, l’Ufficio per l’Immaginazione Civica di Bologna o la CO-Area che Regione Toscana vuole costruire a livello regionale.

Un’ultima domanda: tu che sembri muoverti come un hacker istituzionale cosa ne pensi del referendum istituzionale del 4 dicembre?

Che il 5 dicembre ho due convegni sulle città, uno la mattina a Napoli all’Università Suor Orsola Benincasa, uno il pomeriggio alla UniMarconi. Non mi iscrivo all’ennesima disfida italica tra guelfi e ghibellini che il referendum ha generato. Il vero centro, oggi, è la periferia. E in periferia non si sente il bisogno di trovare altri, nuovi motivi per dividersi o accapigliarsi attorno a grandi dibattiti teorici. Servono posti di lavoro e nuove forme di solidarietà per prevenire vecchi e nuovi populismi che rischierebbero poi di minare le reali fondamenta del nostro patto costituzionale, e cioè la prima parte della Costituzione, senza neppure modificarla di una virgola.

Rigenerazioni urbane: Viaggio nelle città che cambiano, da Roma a Bologna

Rigenerazioni urbane: Viaggio nelle città che cambiano, da Roma a Bologna

Questo articolo è stato pubblicato  su La nuova ecologia in data 16/11/2016. 

Poli culturali in ex cinema chiusi. Coworking negli edifici abbandonati. Interi quartieri da riprogettare. Viaggio nelle città che cambiano

Edifici cadenti, aree industriali non più utilizzate, vuoti urbani che rifioriscono. Si trasformano grazie ad associazioni e cittadini, veri e propri pionieri, che rendono gli spazi inutilizzati un “bene comune”. Da Nord a Sud la rigenerazione urbana si diffonde nel nostro paese e contagia con i valori della condivisione. Cambia l’aspetto di interi quartieri, coinvolge nuovi spazi di lavoro, i coworking, ma anche sale cinematografiche chiuse da anni. Come quella del cinema Impero a Roma. Parte proprio da qui il nostro viaggio nell’Italia che si rigenera.

Tutto un altro film

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C’è stato un periodo in cui Roma coincideva con la parola cinema. Erano gli anni Cinquanta e Sessanta e la Capitale era un set perfetto. Nelle sale cinematografiche ci si incontrava, nascevano amori, si accendevano dibattiti, magari dopo un film neorealista. Tutt’altro scenario nel presente, tra la crisi del settore e la chiusura continua delle sale. Dai Parioli a Portuense, dal Pigneto al centro storico, sono 43 quelle censite dal Campidoglio che hanno spento i proiettori negli ultimi dieci anni. Eppure proprio da qui, da questi “abbandoni” urbani, sta sbocciando una nuova stagione. Come quella del Cantiere cinema Impero. La sala venne aperta nel quartiere di Torpignattara durante i primi anni del fascismo, ma se ne inaugurò una, con lo stesso nome, anche ad Asmara, come segno del colonialismo nostrano. Il cinema Impero di Roma continuò la sua programmazione fino agli anni ‘70 quando si abbassarono le saracinesche. Da quel momento è diventato un rifugio per i senzatetto. «Il progetto di ristrutturazione del proprietario dello stabile, Alessandro Longobardi, agli inizi del 2000, per farne alloggi universitari e un multisala – racconta Claudio Gnessi del coordinamento del Cantiere del cinema Impero – scatenò un’occupazione abitativa, sgomberata nel 2010». Nel novembre del 2011 il comitato di quartiere Torpignattara e l’associazione per l’Ecomuseo casilino Ad Duas Lauros hanno lanciato una petizione per la riapertura del cinema. «È stato un momento di partecipazione straordinaria di un intero quartiere. Quando abbiamo fermato la raccolta, di firme ne avevamo 4.000». Alla prima riunione del Cantiere Impero parteciparono in moltissimi: italiani, bengalesi, cinesi, maghrebini. Una città multietnica, finalmente unita. Le decisioni da prendere erano tante: bisognava capire come finanziare sia la ristrutturazione che il mantenimento dell’attività, come coinvolgere la comunità e che cosa realizzare negli spazi del cinema. «La richiesta che ha accomunato tutti gli abitanti – spiega Gnessi – è stata quella di uno spazio polifunzionale, con aree per l’intrattenimento, la formazione e la produzione artistica». Un vero e proprio percorso di partecipazione, che ha coinvolto anche la proprietà, grazie al quale si è arrivati al progetto esecutivo.
La ristrutturazione ad oggi ha investito 6 spazi di 100 metri quadrati per ogni piano. All’interno ci sono sale prova per la formazione teatrale e per la danza, che vengono affittate dalla proprietà per rientrare dell’investimento fatto. L’evoluzione del progetto prevede la realizzazione di una factory del cinema Impero, uno spazio della formazione, un coworking, un laboratorio sartoriale per i vestiti di scena e appunto sale prova per musica, teatro e danza. «Il proprietario ha addirittura migliorato il progetto del Cantiere, aggiungendo sul tetto della torre una struttura in legno dove si faranno performance teatrali». A mancare è però una regia pubblica, comunale, regionale o del Mibact. «Per ora – conclude Gnessi – è un impegno che ricade solo sui cittadini. C’è un privato che sta realizzando un progetto civico con il grande assente del pubblico. Sono le persone del quartiere che vanno a controllare i lavori». Il progetto è dei cittadini ed è grazie al radicamento nel territorio che ha avuto successo.

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Proprio da questo tipo di relazione con il quartiere nasce anche l’esperienza del Nuovo cinema America, a Trastevere. Partita come un’occupazione della sala, rimasta chiusa per 14 anni, è un’esperienza interamente condotta da un gruppo di studenti che ha avuto il sostegno degli abitanti del Rione e di molte personalità del cinema. Sgomberata l’occupazione, i ragazzi dell’associazione Piccolo America hanno continuato a portare il cinema in luoghi “altri” come un liceo, il carcere femminile, il monte Ciocci, piazza San Cosimato. E il cinema America? «Non siamo ancora stati in grado di riaprirlo definitivamente – spiega Valerio Carocci, uno dei ragazzi – ma l’abbiamo per ora sottratto alla demolizione e speculazione. Abbiamo vinto al Tar contro il tentativo di rimozione dei vincoli ministeriali e aspettiamo la risposta dal Consiglio di Stato». Nell’aprile scorso hanno vinto il bando per l’assegnazione della Sala Troisi: «Il cuore rimarrà il cinema ma attorno a questo nasceranno nuovi progetti – spiega Carocci – E per la ristrutturazione terremo conto sempre delle richieste degli abitanti». L’obiettivo, come si legge sul sito piccolaamerica.it è quello di farne “un operatore culturale vivente, una palestra di democrazia, un laboratorio di rapporti sociali, un presidio di ragazzi a tutela dei territori e di valori come l’antifascismo e l’antirazzismo”.
Alla rigenerazione urbana fondata su valori condivisi, come la lotta alle mafie, si ispira anche l’esperienza, più recente, dello “Spazio comune cinema Aquila” (Scca), che unisce residenti, centri sociali, associazioni, resistenze territoriali autorganizzate e istituzioni. L’obiettivo è riaprire la sala del Pigneto, bene confiscato alla camorra nel ‘98, affidato dal Comune a una cooperativa sociale e di nuovo chiuso nel 2015. Il cinema avrebbe dovuto riaprire il 7 ottobre scorso. Purtroppo al momento di scrivere questo articolo non è ancora arrivata l’agibilità dello stabile e il percorso per ri-progettare l’“Aquila che verrà” è ancora in corso.

Coworking e non solo

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L’onda lunga della rigenerazione è arrivata anche nel mondo del lavoro. Grazie ai coworking. Luoghi in cui non si condividono solo gli spazi ma si intrecciano le competenze. «Nei coworking si è superato il fronte della condivisione per arrivare alla collaborazione – spiega Luigi Corvo, professore di Social entrepreneurship and innovation all’università di Tor Vergata – La vera economia di questi luoghi è nelle relazioni interne: le persone che si conoscono iniziano a creare progetti di imprenditorialità, aggiungono valore, creando delle piccole comunità». Un universo che sta crescendo e che incrocia il cambiamento delle città, attraverso la rigenerazione di spazi urbani. «Non essendo dei luoghi codificati, non esiste una mappatura vera e propria – continua Corvo – i numeri sono ancora molto esigui nel nostro paese. Ma quello che ci deve interessare è il “contagio” che il fenomeno sta innescando».
Un esempio su tutti è il Lab121, che di “contagi positivi” ne ha prodotti tanti. L’associazione no profit ha vinto nel 2011 l’assegnazione di uno spazio in uno stabile di edilizia popolare a Borgo Rovereto, nel centro storico di Alessandria. Il quartiere negli anni ha cambiato volto, soprattutto per i fenomeni di impoverimento sociale frutto della crisi economica. Oltre ad aprire un coworking, quelli di Lab121 stanno ripensando lo sviluppo del territorio in un’ottica collaborativa. «Siamo anche un Fablab, un centro per la rivitalizzazione di quella tradizione artigianale ormai scomparsa nel centro storico – spiega il fondatore Giorgio Baracco – e anche un Community hub, un centro di aggregazione per la comunità, progettata insieme alla casa di quartiere che abbiamo qui di fronte, gestita dall’associazione di don Gallo». A Lab121 si può seguire, in concreto, un corso per stampa in 3D, imparare a usare la fresa, prendere in prestito un libro nella biblioteca in lingua, comprare prodotti a chilometri zero e aggiustare un vestito nella sartoria di quartiere. In più Lab121 sta per completare la riqualificazione del cortile interno che diventerà una vera e propria piazza aperta ai cittadini. «Abbiamo chiesto allo Ied di Roma di proporci sei idee progettuali che abbiamo poi presentato in un convegno ai cittadini – continua Baracco – hanno votato la migliore che sta per essere completata grazie a diversi bandi europei e a un crowdfunding civico».

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Nel cortile della palazzina oggi ci sono siepi, panchine, il wi-fi e un palco per gli eventi. Un luogo finalmente restituito alla comunità. Ma non è finita qui. «Da queste esperienze associative è nata una cooperativa che offre servizi collaborativi alle imprese – conclude Baracco – Si va dalle reti d’impresa fino agli acquisti online dalle botteghe del centro, con consegna in bicicletta. Una parte del ricavato viene dato alla Caritas. Si tratta di un ulteriore modo per esaltare la relazione e non la competizione».
È la stessa filosofia di fondo, quella di un’economia civile, che mette al centro le persone e moltiplica i valori, a cui si ispira lo spazio di coworking Yoroom, inaugurato il 23 settembre a Milano, nel quartiere Isola. «Vorremmo contribuire alla costruzione di una comunità socialmente responsabile facendo impresa, creando sviluppo, sostenendo l’economia e avendo un impatto concreto sulla vita delle persone» spiega il fondatore Luca Diodà. Per farlo il coworking, aperto in un ex opificio dismesso, ha assunto lo status giuridico di società benefit, previsto in Italia dalle norme introdotte con la legge di stabilità del 2015. «Le Benefit corporation utilizzano modelli di gestione innovativi – aggiunge Diodà – non mirano solamente al profitto e lavorano per generare un impatto positivo sulla comunità». Nelle prossime settimane sarà lanciato da Yoroom un bando per talenti, progetti e imprese under 35 che metterà a disposizione dei vincitori postazioni di lavoro gratuite, supporto economico e possibilità di accedere a finanziamenti. E nell’arco di sei mesi verranno ospitate sia imprese sia organizzazioni no profit o associazioni che si occupano di migranti e rifugiati.

La nuova gioventù del Pilastro

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La rigenerazione urbana fortunatamente non nasce solo dalla “buona volontà” dei cittadini o di singole imprese, magari giovanili. Può essere anche promossa e accompagnata dalle amministrazioni locali. È quello che è successo a Bologna con il Progetto Pilastro. Quest’anno il quartiere, nella periferia nord-est della città, noto per episodi di cronaca nera come quello della strage della Uno Bianca, compie 50 anni. Nonostante l’età, è entrato in una nuova giovinezza. E lo ha fatto grazie al progetto avviato nel 2014 e voluto dal sindaco, Virginio Merola, e dalla circoscrizione. «L’anniversario della nascita è stata un’occasione simbolica, – spiega Ilaria Daolio, coordinatrice del Progetto Pilastro 2016 – un pretesto per iniziare ad avviare un progetto sperimentale in una periferia cittadina». Le difficoltà che deve affrontare chi vive in questo quartiere-dormitorio, all’estremo di San Donato, nato alla metà degli anni ‘60 sotto la spinta dei flussi migratori dal Sud Italia e dalle campagne, sono tante. La lontananza dal resto della città si è sommata con un’altissima fragilità sociale, economica e culturale. «La composizione degli abitanti negli ultimi anni è cambiata – aggiunge Daolio – da un lato gli italiani che sono per la maggioranza anziani, dall’altro tantissime famiglie e giovani di origine straniera, con residenti di 14 nazionalità diverse. Questo ha portato a relazioni complesse, sia intergenerazionali che interculturali». Eppure, proprio qui, i cittadini sono stati molto attivi nel miglioramento del territorio e sono diventati i veri protagonisti del Progetto Pilastro 2016. «L’idea era di innescare un processo di sviluppo che avrà bisogno di tempi lunghi – continua Daolio – le azioni avviate sono non solo di riqualificazione fisica ma anche sociale».
Rifacimento di dieci facciate e dei marciapiedi, creazione di due zone con velocità massima delle auto a 30 km, conversione a led dell’illuminazione pubblica, realizzazione di una pista ciclabile, ristrutturazione di un’arena per spettacoli: l’elenco delle opere realizzate è significativo ma al Pilastro è avvenuto anche molto altro.

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«Tutti i cambiamenti fisici del quartiere sono stati fatti anche grazie alle attività di mediazione sociale e culturale, coinvolgendo gli abitanti – continua Daolio – I cantieri avviati sono stati tre, quello di “Sviluppo di comunità” coordinato dalla cooperativa Camelot, quello sulla “Narrazione del territorio” condotto dall’associazione Laminarie e quello sulla “Comunicazione e documentazione partecipata” guidato da Open group». Grazie al lavoro fatto insieme è stato aperto un “Archivio di comunità” digitale del quartiere con foto, audio e video degli abitanti, uno “Spazio di vicinato” in un negozio al piano terra, un luogo per la cittadinanza attiva e per l’autoaiuto. Qui è stato creato il blog “Pilastro 2016”, gestito da una redazione partecipata dai cittadini, che racconta notizie dal territorio e rilancia iniziative come le feste del baratto o la rassegna culturale durante i mesi estivi. Dal progetto è nata anche l’associazione Mastro Pilastro, che presto diventerà un’impresa sociale di comunità, con servizi che vanno dalla manutenzione allo sfalcio e cura del verde. «Ad accompagnare questi percorsi è un’agenzia locale di sviluppo, che ha tra i fondatori il Comune di Bologna e numerose imprese, con lo scopo di ricucire le tre aree che formano il distretto Pilastro nord-est – conclude Ilaria Daolio – ed è stato individuato lo spazio per una casa di comunità, un vero e proprio laboratorio di cittadinanza attiva». La rigenerazione avrà anche tempi lunghi ma produce cambiamenti a cascata.

Bologna, dove decolla la pooling economy. Un’intervista al professor Christian Iaione.

Bologna, dove decolla la pooling economy. Un’intervista al professor Christian Iaione.

Questa intervista al professor Christian Iaione è originariamente apparsa su Vita il 3/11/2016.

Un Regolamento sulla collaborazione tra amministrazione e cittadini per la cura dei beni comuni. Un ufficio dell’Immaginazione civica. La rivoluzione sharing della città emiliana raccontata sul numero di Vita Bookazine in edicola da Christian Iaione, docente alla Luiss Guido Carli

Da pochissimi giorni Milano ha annunciato che avrà un regolamento per i beni comuni. Da quando Bologna, nel maggio 2014, adottò – prima in Italia – un regolamento per la cura e rigenerazione dei beni comuni urbani, il regolamento ha “ispirato” altri 175 comuni in tutta Italia, tra cui città come Torino e Genova. Altre città hanno optato per strumenti diversi dal regolamento, ma sono interessate a sviluppare il modello dell’amministrazione condivisa.

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A Bologna sono già 350 i patti tra cittadini, associazioni e Comune sottoscritti nell’ambito del regolamento, con 40 immobili dati in gestione ai cittadini per la loro rigenerazione. La città sarà (ancrora una volta) la prima in Italia ad aprire un ufficio per l’immaginazione civica. Ma perché la rigenerazione istituzionale è tanto importante nell’epoca di sharing economy e di un’innovazione diffusa?

Ce lo spiega Christian Iaione, docente di governance dei beni comuni, sharing economy, diritto e politiche urbane alla Luiss Guido Carli e coordinatore di LabGov – LABoratorio per la GOVernance dei beni comuni.


Bologna è stata la prima città in Italia ad avere un regolamento per la cura e rigenerazione dei beni comuni urbani, che è stato molto “copiato”…
Le città che hanno adottato un regolamento simile a quello di Bologna sono ben più di cento ma quelle che stanno investendo davvero sul modello sono pochissime: direi Milano, Bologna, Napoli, Messina… insomma, davvero meno di dieci. Fra l’altro alcune città lo stanno facendo anche senza regolamento, Napoli ad esempio ha fatto una delibera interessante. Copiare il regolamento è facile ma molto rischioso, sia perché questo è ancora un prodotto sperimentale, fragile, che va maneggiato con cura, sia perché – soprattutto – investire sulla visione è un’altra cosa, c’è bisogno di un fortissimo accompagnamento. È una differenza importante, se la burocrazia resta la stessa, non hai risolto nulla.

Professore, perché è Bologna la città più sharing d’Italia e non, per dire, Milano dove le piattaforme più famose della sharing economy hanno numeri più alti?
Io non farei tanto una graduatoria tra Bologna, Milano o un’altra città, è questione di diversità. Non è che Bologna sia più sharing di Milano, è che le amministrazioni locali di Milano e di Bologna hanno scelto due vie relativamente diverse. Milano finora ha lavorato molto sullo sharing in senso stretto, sta rinnovando i meccanismi di funzionamento della città e di erogazione di alcuni servizi basandosi su piattaforme che cercano di abilitare lo scambio reciproco. È una grande innovazione, ma siamo sempre nell’ambito del capitalismo basato sul crowd.

Bologna invece?
Bologna invece sta camminando fin dall’inizio su un altro versante, ha scelto la pooling economy, che valorizza di più gli aspetti sociali rispetto al mercato, con la realizzazione di progetti e iniziative che vanno nella direzione di un’economia collaborativa, non solo di condivisione. I coworking, i fablab, gli spazi creativi per la produzione di software in maniera aperta, la rigenerazione dei beni comuni urbani, pubblici o privati che siano, che attraverso la collaborazione vengono rigenerati, curati o gestiti in maniera circolare. Si cercano nuove forme di gestione per rimettere in moto quella capacità inutilizzata che c’è nella città, ma che è abbandonata o dequalificata e ora invece viene riattivata e utilizzata in funzione pubblica. Ricordo però che in questa fase di transizione nessuna ha il modello, c’è la necessità di procedere con meccanismi di sperimentazione e di prototipazione.

Si dice che la sharing economy abbia bisogno di più sociale, è d’accordo?
Sì, l’innovazione sociale è un elemento. Abbiamo bisogno di ripensare le forme del welfare tradizionale nell’ottica di dire che i servizi alla persona o altre forme di bisogni sociali possono essere soddisfatti attraverso circuiti allargati che non necessariamente prevedano un ruolo esclusivo di uno o dell’altro attore tradizionale (pubblico, privato, privato sociale, ognuno fa da sé), ma che ci possano essere dei meccanismi che mettano a fattor comune le diverse energie: ognuno mette un pezzetto della propria energia e così facendo si rimette in piedi un sistema di welfare che ha innegabilmente un problema di energia. Se lavoriamo sempre nell’ottica bipolare il tema del welfare non si riesce a risolverlo.

E quanto conta invece la dimensione locale in epoca di sharing economy?
Tutto questo può accadere soprattutto a livello locale, soprattutto ma non solo, perché il locale è lo spazio dove le persone possono reciprocare, condividere, è nello spazio di vita reale delle persone che si possono generare queste relazioni collaborative.

Diceva che in questa fase di transizione nessuno ha il modello: quali sperimentazioni le sembrano allora più interessanti?
Stiamo facendo sperimentazioni in diverse città, sicuramente Bologna è il “cantiere” più grosso. Bologna nel 2014 ha adottato il regolamento per la cura e rigenerazione dei beni comuni urbani, nei primi sue anni sono stati sottoscritti 200 patti di collaborazione, l’amministrazione sta gestendo il regolamento e contemporaneamente facendo una sperimentazione sul regolamento per capire quali sono i dispositivi devono essere integrati. Una cosa che abbiamo capito, ad esempio, è la necessità di infrastrutturare, di creare una sorta di ufficio che gestisca il lavoro di co-progettazione dei patti prima che il patto sia definito. Infatti se l’amministrazione continua a ragionare in maniera classica, “chi vuole fare qualcosa venga da me che facciamo il patto”, non cambia nulla. Per questo in tre luoghi di periferia – Bolognina, Piazza dei Colori e Pilastro – abbiamo cercato di costruire dei circuiti allargati di governance. Questa sperimentazione è servita a generare un protocollo metodologico e un ufficio per l’immaginazione civica, che aprirà nel 2017, nell’ottica di dire che il regolamento ha bisogno di una piattaforma istituzionale che faccia da ponte verso la città e le consenta di entrare dentro l’amministrazione per generare sempre più iniziative di sharing.

Fuori da Bologna cosa si sta muovendo in questa stessa ottica?
A Reggio Emilia stiamo lavorando alla trasformazione dei Chiostri di san Pietro in luoghi in cui nasca il “collaboratorio” di cui parla Ostrom (#collaboratorioRE): cinque attori in un solo luogo con l’obiettivo di re-immaginare i servizi alla persona, con nuove tecnologie e una co-governance. Un’altra realtà è quella di #collaboratoscana, interessante perché c’è il salto di scala a livello regionale: a Sharitaly presenteremo il Libro verde sull’economia della condivisione e della collaborazione.

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 Matteo Lepore, assessore all’Immaginazione civica

Qual è il ruolo di una pubblica amministrazione in tutto ciò?
Molti usano in maniera opportunistica la sharing economy e il tema della cura dei beni comuni, intendendola come un “fate voi”. Non è questo e gli amministratori che lo hanno compreso infatti stanno investendo su questo, destinando risorse, per aumentare l’impatto degli interventi pubblici. L’amministrazione c’è, ma lavora insieme alla comunità, fatta da tutti questi altri attori, anche privati e le imprese, che hanno tutto l’interesse ad essere parte dei processi collaborativi perché il benessere della città significa benessere individuale. Bologna ha deciso di destinare a questo le risorse del PON Metro: sono 40 milioni di euro da qui al 2020. Non tocca a me dirlo, ma moltissimi policy makers che si sono posizionati su questo tema sono stati premiati dagli elettori, i cittadini vogliono questo approccio collaborativi, dei beni comuni, dell’innovazione sociale, sta cambiando qualcosa. L’immaginario collettivo vede la sharing economy come minor prezzo, ma quella è solo la punta dell’iceberg, peraltro affilata. Fra l’altro Bologna, Torino e Milano sono le sole tre città italiane che hanno appena vinto il bando UIA-Azioni Urbane Innovative della Commissione Europea, che premiava progetti ipersperimentali e ipercomplessi, proprio con progetti che vanno in questo filone.

Bologna ha due elementi peculiari, una popolazione molto giovane e una forte tradizione di cooperativismo: quanto contano questi elementi?
Condivisione e collaborazione accadono e sono abilitati dove c’è un maggior capitale sociale. La cooperazione è l’istituzionalizzazione e l’entificazione dell’idea del capitale sociale, sono uno conseguenza dell’altro. Bologna è senza dubbio una città con un grande capitale innovativo, molti giovani stanno inventando nuove forme, penso a MakeInBO, la community che sostiene il FabLab Bologna o Dynamo che ha rigenerato l’ex stazione degli autobus e ha creato la velostazione, un punto di riferimento per la mobilitò sostenibile, o ancora Kilowatt e il suo lavoro alle Serre dei Giardini Margherita… Il punto però è: questi due capitali, quello sociale e quello collaborativo, che certo sono risorse abilitanti, sono risorse date o si possono generare anche là dove generalmente si pensa non esistano?

Qual è la risposta?
Si possono generare. In realtà l’elemento chiave è l’infrastruttura istituzionale, la vera differenza è questa. Al Centro-Nord abbiamo istituzioni con un elevato tasso di etica pubblica e di capacità istituzionale, al Sud spesso questo non c’è. Il problema non sta nelle comunità ma nelle istituzioni, quello di cui abbiamo urgenza oggi p un grande progetto di rigenerazione istituzionale perché le istituzioni diventino soggetti abilitanti di questo tipo di processo. Il capitale sociale e collaborativo e innovativo dei giovani c’è ovunque, ma al Sud le istituzioni spesso si concepiscono come realtà levianatiche, di comando e controllo, che non investono sullo sviluppo della comunità. Questa è la differenza. C’è un gap di capitale istituzionale e bisogna investire lì, perché per liberare le energie ci voglio istituzioni abilitanti dell’azione collettiva, mentre ad oggi l’istituzione si è percepita più come “redistrubutiva”. Al Sud adesso ci sono germi non solo di diversità ma di rinascita: penso a Bari, Matera, Napoli. Io guarderei con attenzione a questi casi, sta nascendo una via meridionale alla città condivisa.

Quindi di nuovo vuol dire che la dimensione locale conta comunque molto?
C’è una valorizzazione forte del genius loci. Non serve importare modelli forgiati altrove, ad esempio nella Silicon Valley, dobbiamo prenderli dai territori. A Centocelle, a Roma, il quartiere con il reddito medio più basso della città, 30% di stranieri, molti anziani, stiamo lavorando per costruire un digital community hub all’interno del parco storico di una villa, pieno di tanti elementi archeologici e storici, perché diventi una sorta di “mini collaboratorio” di quartiere e attraverso meccanismi e processi collaborativi generi la crescita di piccole imprese culturali e creative, con la rigenerazione di alcuni manufatti come l’antica osteria e una ex pompa di benzina. La pooling economy è si creare relazioni, non solo condividere risorsa fisiche e dalle relazioni collaborative nascono altre “n” reazioni, davvero può nascere un nuovo mondo.

Christian Iaione illustra il paradigma della città collaborativa

Christian Iaione illustra il paradigma della città collaborativa

Questa intervista al Professor Christian Iaione è stata pubblicata su ForumPA il 4/11/2016.

Sta sorgendo un nuovo paradigma, quello della città come uno spazio collaborativo, nel quale i beni culturali vengono co-gestiti da cinque tipologie di attori: pubblico, privato, sociale, cognitivo e civico. Questo quinto protagonista deve diventare sempre più il perno per un ripensamento della governance urbana da parte di chi ha il compito di fare da regia della governance e cioè il pubblico.

Foto di Massimiliano Purpura rilasciata in cc

Ci sono diversi paradigmi dalla città intelligente, alla città resiliente o ecologica, alla città creativa. Sta sorgendo un nuovo paradigma quello della città come uno spazio collaborativo.

Christian Iaione, Professore di diritto pubblico UniMarconi e direttore del LABoratorio per la GOVernance dei beni comuni della LUISS Guido Carli (LabGov), ci descrive quest’ultimo paradigma nel quale i beni culturali vengono co-gestiti da cinque tipologie di attori: pubblico, privato, sociale, cognitivo e civico.

“Questo quinto protagonista, il cosiddetto attore civico che emerge sulla scena come portatore di conoscenza, scienza, tecnologie e capacità, deve diventare sempre più il perno per un ripensamento della governance urbana da parte di chi ha il compito di fare da regia della governance e cioè il pubblico” lo sostiene il prof. Iaione, il quale precisa che “questa cooperazione non deve operare, come spesso avviene, una sorta di retrocessione della delega dal pubblico al cittadino, non deve essere l’ennesima forma di esternalizzazione, deve costituire la base per ricostruire lo Stato. Questo implica una riduzione delle asimmetrie nella distribuzione del potere all’interno della città”.

Per fare tutto questo ci vuole una solida collaborazione tra due attori fondamentali nell’avvio di questi processi di costruzione di nuove istituzioni e imprese di comunità: Iaione li individua nell’attore cognitivo, scuole e università in primis, e nell’attore sociale, cioè la miriade di organizzazioni del terzo settore. Attraverso il disegno e l’avvio di processi di collaborazione civica da parte di questi due attori e il coordinamento dei cinque protagonisti dello sviluppo urbano si possono costruire “nuovo diritto, nuove istituzioni e nuove economie nelle città”.

In linea con questa idea della città come bene comune, “prevale una visione diversa dalla smart city, che punta sull’accesso universale ai servizi, sull’apertura dei processi e la co-gestione, trovando fondamento sia nella Costituzione che nel diritto alla città oggi riconosciuto dalla Nuova Agenda Urbana di UN Habitat III”. Iaione continua “dobbiamo fare in modo che questi processi partecipativi dentro le città siano finalizzati a creare posti di lavoro, a generare strumenti che consentano l’accesso ad alcuni servizi infrastrutturali basilari, come l’accesso alle infrastrutture di comunicazione digitale”.

È lecito credere che questa nuova visione di città risponda parzialmente al principio di sussidiarietà orizzontale disciplinato dalla Costituzione italiana, ma Iaione mette in guardia sul fatto che “il principio di sussidiarietà orizzontale si presta ad essere interpretato in maniere che hanno giustificato la deresponsabilizzazione del pubblico. La stessa etimologia di subsidium, di sussidiarietà, evoca l’idea che sostenga l’altro. Si presta a strumentalizzazioni dunque. Siccome il pubblico non è più in grado di fare da solo per la progressiva contrazione delle finanze pubbliche, siccome il tentativo di esternalizzare al privato è fallito (perché spesso I meccanismi di sostenibilità non si reggono), non dobbiamo utilizzare il civico come uno strumento di questo graduale smarcamento dei poteri pubblici e anche graduale dequalificazione dell’intervento pubblico”.

Iaione evidenzia il caso dei musei. La cultura del disinvestimento genera una dequalificazione dell’offerta culturale. “Stiamo sostituendo il custode, le guide, con cittadini che per “arrotondare” accettano di prendere un rimborso come volontari nella funzione di vigilanza, mentre imprese culturali di giovani sarebbero in grado di generare valore se potessero gestire questi musei oppure imprese che hanno professionalità elevatissime e potrebbero erogare i cd. servizi aggiuntivi in grado di trasformare gli spazi culturali nei nuovi crocevia della città.”

È ammesso chiedersi come sia possibile attuare questo modello di welfare urbano e connettere i diversi protagonisti in gioco che, lo ripetiamo, afferiscono al mondo istituzionale, economico, sociale, cognitivo e civico.

Le città, le periferie, i territori urbani di snodo, i quartieri diventano i luoghi dove le interazioni sociali si cristallizzano e generano una nuova voce, ridanno voce politica alla comunità, quindi l’dea di cittadinanza nasce anche dall’esigenza dei cittadini di occupare lo spazio urbano. Iaione puntualizza “nasce l’esigenza più che di occupare uno spazio fisico di agire, di essere dei soggetti che non si limitano a ripulire muri, ma soggetti che co-governano le risorse inutilizzate nella città e questa è la vera distinzione che passa fra sussidiarietà e collaborazione civica. L”idea è che i cittadini diventino attori politici nel senso istituzionale del termine, dei soggetti con i quali bisogna immaginare e costruire nuove forme di governo della città”.

Christian Iaione illustra le caratteristiche specifiche del protocollo metodologico e di come debba adattarsi alle condizioni contestuali dei territori.
“Stiamo cercando di generare un protocollo metodologico che sia il più possibile universale e quindi applicabile in diverse realtà territoriali e un prototipo di forma di amministrazione collaborative che sia in grado di gestirlo. È importante generare dei risultati che siano funzionali e coerenti con le esigenze e le condizioni locali, rispettando il genius loci. Cerchiamo di avere un approccio che sia da una parte universale, dall’altro semplice e adattivo (più che adattabile). Il protocollo metodologico per esempio a Reggio Emilia viene utilizzato nella città per generare il Collaboratorio un’istituzione-incubatrice di economia collaborativa in cui i cinque attori, in particolare gli attori del mondo sociale e civico, diventano gli attori del processo di sviluppo economico locale e di ripensamento dei servizi alla persona. In chiave di innovazione sociale, il progetto Collaboratorio Reggio è un percorso di co-progettazione. L’8 e 9 novembre ci sarà una sorta di “Stati Generali” delle forze della collaborazione civica di Reggio in cui soggetti appartenenti alle cinque tipologie di attori urbani diventeranno sostanzialmente coloro i quali scriveranno le linee guida, quindi il DNA e i principi di governance di questo futuro laboratorio aperto. Il laboratorio nasce per essere un’istituzione di democrazia economica locale, non il classico incubatore, non un luogo dove le persone semplicemente si incontrano e fanno coworking, ma un luogo dove si generano nuove istituzioni e nuove forme di impresa sociale per i servizi alla persona con un’ottica di produzione aperta e collaborativa, quindi tutto ciò che verrà prodotto al suo interno sarà prodotto in open source, cioè sarà automaticamente patrimonio di tutti e tutti potranno beneficiarne. Il processo anticipa nei fatti anche il metodo di lavoro che il laboratorio adotterà che dovrà essere quello di coinvolgere costantemente tutte le realtà locali interessate a partecipare ai diversi round di co-progettazione e sperimentazione”.

Collaboratorio Reggio è il primo laboratorio aperto, ma le iniziative non si fermano qui. Anticipa Iaione “stiamo collaborando anche con il Comune di Bologna per infrastrutturare l’Ufficio per l’Immaginazione Civica. Questo ufficio sarà lo strumento di accompagnamento del regolamento sulla collaborazione per i beni comuni urbani sui quali Bologna ha deciso di puntare. Il regolamento da solo non bastava, ci voleva e ci vuole un’istituzione che abiliti e capaciti l’azione collettiva e collaborativa dei cinque attori, qui in funzione di produzione e rigenerazione dei beni comuni. L’ufficio sarà il compagno istituzionale dello strumento regolatorio”.

Una struttura di accompagnamento nel processo di governarce è necessaria per consentire a queste comunità di coalizzarsi e avere gli strumenti tecnici e professionali per mettersi in relazione in modo paritetico. Per generare sinergie e connessioni tra gli attori intorno a scopi o beni comuni, precisa Iaione, “occorre l’assistenza di cinque competenze: l’expertise giuridico-amministrativo, urbanistico-architettonico, di sostenibilità economica, comunicazione e facilitazione dei processi o design dei servizi”.

Spostando l’attenzione su altri progetti e città, a Roma LabGov sta conducendo una sperimentazione in chiave di innovazione tecnologica e cognitiva che va decisamente nella direzione di generare un’idea di Smart City più giusta e collaborativa.

L’idea è di costruire infrastrutture e servizi di interesse comune in cui le reti di quartiere o distretto siano co-gestite e co-governate. Stiamo ad esempio parlando di reti wireless aperte e reti di produzione distribuita di energia che sono le infrastrutture che possono mettere tutti in condizione di contribuire al progresso materiale e spirituale della società (art. 4 Cost.).

The City as Commons: An Interview with Professor Christian Iaione

An interview with Christian Iaione, by Kati Van de Velde, originally published on the Green European Journal

KVV: We probably all know of some commons initiative in our neighbourhood but the commons as a concept is less well known – how would you sum it up?

CI: How do you explain the commons to people who lead a “regular life”, which is basically getting to work, earning money, and then using this money to live and work within the framework of our current society? Well, this life is simple because it is based on two pillars: first, you produce something to take care of your private needs, your subsistence, and maybe more because if you’re able to do well in life, then you accumulate resources and in return you get more influence and social status in life, or wealth. Then as a second pillar, the state takes care of all your individual needs: transportation, infrastructure – how water and light are brought to your house. If you want to make your life more complex you then add a third pillar which is all about volunteering, reciprocating, giving back, etc.

It’s between these lines that the commons work, in a very complex way. And their real nature is under-investigated. For instance, instead of going to the supermarket to get groceries, one could farm and produce food using a community garden or by placing an urban farm on the rooftop of one’s building. Or one could manage a piece of the city or produce goods and services together with one’s peers, instead of relying on an entity in which an owner or shareholder owns the means of production. These activities are not public nor private, nor even social. So they form a new pillar: the commons. This pillar should be seen both as complementary to, and as a way to rethink, the previous pillars.

For quite a while the commons were perceived as something small, in the sense that some small communities managed themselves without the state or market. They were long seen as something that substitutes the public or the private and this is relatively true in very remote communities, like rural communities in Africa which actually evade the state and the market. But more and more we see the commons spreading in urban areas, complementing the state and the market rather than rejecting them. Think for example about community gardening or cultural spaces.

I am currently working on defining how, in the future, such initiatives can offer a way to update, improve, and change the state and the market. The commons can be an infrastructure for experimentation, a space where new institutions and new economic ventures are born that rely on this idea of cooperation, sharing, self-empowerment, collaboration, and coordination among peers.

How did you get involved in the commons? 

Ten years ago I studied the subject of climate change regulation in the context of urban law and policy, to find out whether it was possible to address climate change issues through action at the grassroots and city level. So I started with a specific case study rooted in urban mobility, public transportation means and systems. And I ended up talking about what has nowadays basically been labelled as both the sharing economy and the urban commons.

My conclusion in this study, ‘The Tragedy of Urban Roads’, was twofold: in the future, on one hand, more cities should invest in forms of sharing means of transportation. On the other hand regulation could enable behavioral shifts of individuals that are willing to embrace more economically and environmentally sustainable behaviors, because I discovered at the time, more than 10 years ago, that two thirds of the emissions come from households and individual consumption. So I thought we need to look at what political economist and Nobel prize winner Elinor Ostrom labelled in 1990 as the ‘governance of the commons’: everyone should be part of a locally rooted but worldwide regulatory scheme in which everyone is a ‘commoner’, and is part of the solution – not part of the problem – by changing their behavior, shifting from car ownership to car sharing, trying to save water and energy because this creates less emissions and so on and so forth. We need an individualized, citizen-centered approach and a regulatory scheme that is based on sharing and collaboration. That’s where I started to study the commons and how governments were designed, especially governments’ mechanisms connected to the commons.

You co-designed the Bologna Regulation for the Care and Regeneration of the Commons1 . Two years after its implementation, can you give an assessment of the present state of affairs?

Today in Bologna there are more than 200 projects or pacts of collaboration that were approved according to the regulation. People see it as a way to take action as individuals and as groups, formal or informal. The Regulation is also about trying to involve civil society organizations as much as possible, which mistakenly perceived it as a way to bypass them. Bologna is now aiming at an implementation that goes from just sharing to collaboration, from small everyday economically unsustainable practices towards forms of economically viable ventures that are self-sustaining and also more independent.

We’ve learnt that it is important to underpin the ecosystemic nature of the commons in governing them, which could also be a way to design other public policies. There is another public policy called ‘Incredibol’: creative innovation in Bologna – it’s all about creative spaces, more rooted in the idea of start-ups than the Bologna Regulation. We are now trying to merge these two public policies. Through Incredibol for instance, you have a space in one of the main parks, Le Serre dei Giardini Margherita, that was regenerated and turned into a co-working space, with also a kindergarten, and a restaurant.

Another space I always mention is ‘Dynamo’. It’s a former bus depot that has been transformed into a repair shop and a hub for sustainable mobility and bicycle sharing. Some people are working on the re-use of clothing, or creating a library of objects, while others help with the upkeep of local parks. Others still are working on integration of migrants and low-income people, involving them not only in the care or maintenance of the city but also in the creation of social innovation and collaborative economy processes. You have FabLab spaces like ‘Make in BO’ in Piazza dei Colori, community gardening, real urban farming in Pilastro… A lot has been done on the civic restoration of historic buildings in the city centre and on the regeneration of vacant buildings or public spaces. We see groups of “city makers” that take care of the city and have the right to do so – an important measure that fosters social control and which, in this case, is more effective than policing, command, and control and public provisioning strategies. These examples could light the spark for a Europe-wide movement because similar processes are happening in many cities around Europe, as shown by the Cities in transition project. For me, the most important way to foster social, economic, and institutional transition in cities is through the urban commons.

You mentioned a commons project on the integration of migrants.Nowadays we witness many problems of social exclusion. How do you see this aspect of integration within the commons?

This is a big issue. We need to demonstrate that the commons can be a means of achieving urban justice because there is currently still a lack of diversity among the people who are ‘commoning’. So we need to find ways of including other people, migrants, refugees, etc. in the commons and in commons-based governance schemes. In fact this is important for the work that one could do on the outskirts of cities where there are clusters of people (especially in public housing), immigrants (people that are now living in the city in a stable way), and migrants (people who just landed or are even maybe just in transit to another city because of the current refugee crisis). We need to understand if and how the commons could be an answer.

I am running an experiment in Piazza dei Colori (in English “Square of Colours”) in Bologna. It’s a public housing cluster where 60 percent of the inhabitants are foreigners: people that are now based in Bologna legally. But in close proximity we also have the so-called migrants’ hub, a place where refugees from Africa or the Middle East are now arriving. They are hosted for up to three months before they are dispatched to other areas of the city or to other cities in the region. So, there is a FabLab and a network of cultural and creative spaces in Piazza dei Colori, as well as a pact of collaboration in a nearby area. The CO-Bologna project is now leveraging both the Incredibol policy and the Bologna Regulation to involve the migrants and other people from the public housing compound and the Hub of the migrants in creating a collaborative economy district in which they can all manage the public space through the pact of collaboration and at the same time produce, manage, and manufacture by working in the FabLab or in those spaces.

So the commons, which is about social value, and the kind of connections you build around the commons, could be a way to create a shared set of values in a society that is becoming, or already is, more diverse, especially in European urban areas. In fact, the commons are more about the social process than the results. It doesn’t work like the state and the market where you have only formal rules, only organized structures. Most of the time, the commons are also about social norms in an informal organization, which is adaptive, intuitive. It is very organic and changes over time. What might be suited to one context is not suited to another. It is very important to have this focus on diversity.

You are coordinator at the Laboratory for the Governance of Commons(LabGov)2. As an expert, what advice can you give other cities with regards to governing the commons?

LabGov is the first step of this Co-City process, which should be established by local knowledge institutions, together with city officials and commons practitioners in the city. It should be creative in a way that it is designed to start debates and discussions on what the commons are in that specific city, what is the entry point to start from, what is the real commons. What is a commons in Gent might not be a commons in Bologna. After all, the community, the ‘commoners’ decide what the commons are, so they should be able to define by themselves what square, what park, what street, what abandoned building needs to be reframed as a commons. Once you worked this out, you have to start mapping the commons institutions in the city because there might already be examples, as well as the ‘commoning’ communities that might not know of each other.

For instance, you decide that food is a commons for Gent. There might be projects, people, associations that are not speaking ‘the language of the commons’ but are already doing precisely that: a commons-based project, in the sense that you have a community that is cooperating and producing in an open way, collaborating with other urban actors, to produce some form of positive spillovers for the city in an open, non-hierarchical way. So you need to go out there, talk to them and invite them to be part of an experimentation process to practice the creation of commons governance tools together. Then you prototype a governance scheme. It could be a public policy regulation, a governance device, an institution, an economic venture, etc. It doesn’t need to be laws or regulations, it could also be social norms like civic uses. But it is vital that you first practice together. Then you prototype, you evaluate, you test the effects of this prototype, and lastly, you might model it into some form of governance. At the end you always need to evaluate and measure the impacts. That is what the co-city protocol is about.

[1] A pioneering policy that regards the city as a collaborative socialecosystem where citizensinitiatives and collaboration are legally recognizedvalued, and actively supported by the government.

[2] A place of experimentation where students, scholars, experts, and activists discuss the future shapes that social, economic, and legal institutions may take. LabGov  has been developing the international research and experimentation protocol ‘Co-Cities’ to design the city of the future based on the governance of urban commons, collaborative land use, social innovation, sharing economy, collaborative economy. LabGov adopts a learning-by-doing approach.